Da Copenhagen a Copenhagen: decisioni epocali sul clima

18 03 2009

di Dafni Ruscetta – Megachip
Il Congresso sui cambiamenti climatici di Copenhagen si è concluso. Possiamo dire che la Copenaghen scientifica prepara la Copenaghen politica. Dalla Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici – che sarà nuovamente ospitata dalla capitale danese e che seguirà il vertice G8 di luglio a la Maddalena – dovrebbero scaturire decisioni epocali sulle politiche e sulle strategie in materia ambientale per i prossimi anni a livello planetario.

Il meeting degli scienziati si è intanto concluso alla presenza del primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen. Fra le speranze degli oltre 2.500 delegati provenienti da più di 80 Paesi, il comitato scientifico – presieduto dalla Prof. Katherine Richardson dell’Università di Copenhagen – ha consegnato al premier una sintesi dei messaggi che saranno oggetto di un report in pubblicazione a giugno. Tale relazione farà parte del corpus di conoscenze e suggerimenti che il mondo scientifico tenterà di tradurre per orientare le scelte dei leader politici mondiali in occasione del COP-15 di dicembre.

I punti oggetto della sintesi consegnata a Rasmussen riguardano alcuni assi strategici e, precisamente:

- I trend climatici. Recenti osservazioni hanno confermato che gli scenari più pessimisti ipotizzati dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) si stanno realizzando. Il sistema climatico sta andando ben oltre i modelli della variabilità naturale, all’interno dei quali la nostra società e la nostra economia si sono sviluppate. Questi modelli comprendono la temperatura globale media della superficie terrestre, l’innalzamento del livello dei mari, le dinamiche di spostamento degli oceani e dei ghiacci, il processo di acidificazione degli oceani ed eventi climatici estremi. Ci sono forti rischi che molti di questi trend possano ulteriormente accelerare, conducendo a bruschi e irreversibili cambiamenti climatici.

- Spaccature a livello sociale.. Alcune società sono fortemente esposte, persino a modesti cambiamenti climatici, specie quando si parla di Paesi poveri e comunità particolarmente a rischio. Un aumento delle temperature al di sopra dei 2 gradi centigradi potrebbe essere particolarmente difficile da affrontare da parte di molte società.

- Strategie di lungo termine.. Una rapida, effettiva e consistente mitigazione basata su azioni globali coordinate è necessaria al fine di evitare ulteriori e imprudenti cambiamenti climatici. Per questo, anche durante la sessione conclusiva del Congresso, il panel di esperti e scienziati ha insistito nel ricordare al primo ministro danese la necessità di porsi dei target molto elevati. Ritardi nell’azione di mitigazione o dei target troppo bassi nelle decisioni politiche condurrebbero a costi socio-economici di lungo termine molto elevati.

- Equity dimension. . Il cambiamento climatico sta avendo – e continuerà ad avere – effetti molto pesanti sulle popolazioni all’interno dei diversi Paesi e Regioni, sia per quanto riguarda le attuali generazioni che per quelle future, nonché sulla società umana in generale e sul mondo naturale. Una rete di sicurezza effettiva sull’adattamento, sostenuta adeguatamente anche a livello finanziario, è necessaria per quelle popolazioni che presentano minori capacità di affrontare l’impatto dei cambiamenti climatici. Inoltre una comune, ma differenziata, strategia per proteggere le popolazioni più povere e vulnerabili appare altrettanto indispensabile.

- La non azione è ingiustificabile.. Non esistono alibi per non agire. Siamo già in possesso degli strumenti e degli approcci per lottare contro il cambiamento climatico a livello globale, che hanno bisogno solo di essere messi in pratica. Molti benefici potranno derivare da uno sforzo congiunto nel modificare le attuali politiche energetiche, ivi compresi la crescita dei posti di lavoro dallo sfruttamento di energie rinnovabili, la riduzione dei costi dei cambiamenti climatici sia a livello economico che a livello di salute umana.

- Cogliere la sfida.. Prima di accettare la sfida al cambiamento climatico dovremmo superare un certo numero di vincoli e costrizioni e cogliere le grandi opportunità che si presentano. Tra queste ricordiamo la riduzione dell’inerzia all’interno dei vari sistemi socio-economici, la costruzione di un’opinione pubblica a favore di azioni pubbliche per attenuare i rischi del cambiamento climatico, lo spostamento verso leadership innovative a livello governativo, nel settore privato e nella società civile, nonché forme di sostegno per la società nella transizione verso norme e pratiche che incoraggino la sostenibilità.

Pertanto la Conferenza delle Nazioni Unite di dicembre si preannuncia come un evento epocale nella storia della lotta ai cambiamenti climatici. E non solo per gli impegni presi ieri dal premier Rasmussen nei confronti della comunità scientifica.
La consapevolezza della necessità di un intervento immediato è ormai diffusa tra i leader politici di gran parte dei Paesi occidentali, soprattutto nella nuova dirigenza politica americana, che ha già manifestato la propria tendenza a collaborare attivamente in questo senso.

Restano, tuttavia, ancora alcune incognite: la prima è legata ad alcuni Paesi “emergenti” tra cui la Cina e l’India, anche se il governo di Pechino sembra aver accettato l’idea di uno sviluppo più “sostenibile”.
L’altra riguarda la crisi finanziaria ed economica globale: se in alcuni Paesi, anche tra quelli del G8, prevarrà la logica egoistica delle lobby i rischi del fallimento sono reali.
Il prossimo appuntamento di La Maddalena saprà darci qualche utile indicazione in merito.

Un ultimo importante elemento non andrebbe sottovalutato durante prossimi incontri: quali fattori culturali andrebbero considerati per abituare le persone a un netto cambiamento negli stili di vita?

E ancora: saranno stili di vita imposti oppure condivisi?

Il sito della Conferenza:
http://climatecongress.ku.dk

di Dafni Ruscetta – Megachip

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8850





Ragazzini con la doppietta. Spari nei parchi naturali. Restituzione delle armi ai bracconieri.

17 03 2009
Ragazzini con la doppietta. Spari nei parchi naturali. Restituzione delle armi ai bracconieri. E caccia libera per tutto l’anno nelle aziende faunistiche private. Sono solo alcune delle previsioni con le quali una nuova legge sulla caccia sta per abbattersi sulla fauna italiana. Ribaltando regole e divieti e liberalizzando gran parte dell’attività venatoria, in un testo unico affidato alle cure del senatore del Popolo delle libertà Franco Orsi, parlamentare ligure dalla brillante carriera regionale, all’insegna dello slogan: ‘Per la caccia vota un cacciatore‘.

Tanto per cominciare, si abbassa l’età in cui è consentito imbracciare il fucile: a 16 anni si potrà prendere un patentino e andare a sparare per boschi e contrade. Il popolo dei 700 mila cacciatori italiani dunque si potrà infoltire di figli e nipoti, che la legge considera immaturi per votare e guidare un’auto, ma non per impallinare un cinghiale. Come si regolerà la responsabilità civile e penale in caso di incidenti causati dai minorenni in doppietta, non è specificato dal progetto di legge. Che invece detta minuziosamente le norme per l’allargamento della libertà di caccia, unificando diverse proposte accumulatesi negli anni, tutte provenienti dai banchi del centrodestra.

Le intenzioni sono chiare, sin dall’articolo 1 che, dettando i principi generali, fa sparire la solenne affermazione dell’interesse della comunità nazionale alla protezione della fauna. Messa in chiaro la filosofia, si passa ai fatti. Nei parchi naturali si potrà sparare: sarà lecita la caccia in deroga “per piccole quantità” e quella per il “controllo faunistico“, insomma quando ci sono animali in eccesso che danno fastidio. Conclusione: “Nei parchi si potranno cacciare peppole e fringuelli, con piani pluriennali”, denuncia Legambiente.

Ma non è tutto: le regioni che hanno istituito parchi su più del 30 per cento del territorio saranno punite con sanzioni economiche. Nessuna sanzione, invece, per chi sta al di sotto del minimo di zone protette previsto dalla legge.

Se la deregulation arriva nei parchi, figuriamoci fuori. Mentre finora la legge del cacciatore è stata incentrata sul suo ancoraggio al territorio, in futuro le doppiette potranno spostarsi da una regione all’altra per seguire gli uccelli migratori: basterà comunicarlo alle autorità e pagare qualcosa. I poveri migratori se la vedranno brutta anche per la riduzione delle aree protette sui valichi montani, dove adesso passano indisturbati mentre in futuro sarà consentita la presenza di cacciatori.

Liberalizzazione totale
anche per quanto riguarda l’uso di uccelli come esche o zimbelli: via il tetto massimo, via anche gli anellini per identificarli ed evitare abusi. “È una pratica arcaica oltre che crudele: per fortuna lo fanno in pochi, non si capisce perché la legge vuole questo ritorno al passato”, dice Danilo Selvaggi della Lipu. A proposito di pratiche arcaiche: se un cacciatore vuole imbalsamare le sue prede, avrà carta bianca senza i vincoli e le regole che esistono per gli imbalsamatori ufficiali.

Il controllo della fauna, già evocato per aprire alla caccia nei parchi, permetterà ai sindaci di dare mano libera ovunque ai cacciatori per abbattere animali che fanno danni o causano fastidio: cervi, lupi ma anche cani e gatti. Non mancano infine le novità affidate al privato: nelle aziende faunistico-venatorie si potrà cacciare tutto l’anno e anche senza licenza, sparando su animali appositamente liberati per il divertimento di tiratori da luna park. E per coloro che violeranno le (poche) regole che restano, mano di velluto: ai bracconieri presi sul fatto basterà pagare una multa per riavere le proprie armi. E riprendere la caccia.




A Copenaghen il mondo studia l’allarme clima. L’ultimo appello degli scienziati

12 03 2009

Ha preso il via ieri (10/03/2009 ndr) a Copenhagen il congresso scientifico internazionale sui cambiamenti climatici, con più di 2.000 partecipanti registrati e circa 1.600 contributi scientifici di ricercatori e studiosi provenienti da più di 70 Paesi al mondo. Le conclusioni preliminari del congresso verranno presentate giovedì 12 marzo durante la sessione di chiusura e saranno ulteriormente sviluppate in una relazione di sintesi che sarà pubblicata nel giugno di quest’anno. Tale executive summary sarà successivamente consegnato a tutti i partecipanti della Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP-15, Kyoto2), il grande vertice globale che si terrà nel mese di dicembre ancora nella capitale danese.

Il congresso è organizzato dallo IARU (Alleanza Internazionale della Ricerca Universitaria), di cui fanno parte alcune tra le più prestigiose università al mondo, tra le quali ricordiamo: Australian National University, ETH Zürich, National University of Singapore, Peking University, University of California, Berkeley, University of Cambridge, University of Copenhagen, University of Oxford, University of Tokyo, Yale University.

L’obiettivo generale del congresso è quello di diffondere i risultati e le conoscenze che la ricerca scientifica ha conseguito negli ultimi anni nel campo della comprensione, mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici. Come ha sottolineato la Prof. Katherine Richardson, dell’Università di Copenhagen e Presidente della Danish Commission on Climate Change Policy, scopo dell’incontro è favorire una maggiore comunicazione tra il mondo scientifico e quello politico, grazie soprattutto all’impegno dei media.

La prima giornata del congresso è stata caratterizzata da incontri e discussioni varie, in particolare sul tema dell’innalzamento del livello dei mari e delle previsioni in merito alle conseguenze da esso provocate.

Secondo alcuni rapporti presentati nel corso di varie sessioni, infatti, l’innalzamento del livello dei mari potrà superare il metro entro il 2100, contro i circa 50 cm previsti dall’ultimo rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), che però non teneva conto di alcuni importanti fattori che pure contribuirebbero all’innalzamento del livello dei mari.

Il Dr. John Church, dell’Australian Weather and Climate Research Center ha affermato che le recenti immagini dai satelliti hanno messo in evidenza un costante innalzamento, di circa 3 mm l’anno, dal 1993. Un tasso di aumento ben al di sopra della media del XX secolo. Gli oceani stanno continuando a espandersi e a riscaldarsi, la velocità di scioglimento dei ghiacciai delle montagne è aumentata e le lastre di ghiaccio della Groenlandia e dell’Antartide stanno contribuendo all’incremento dei livelli del mare. «Se non ci impegniamo in urgenti e significative azioni di mitigazione – ha ammonito Church – il clima del nostro pianeta potrebbe raggiungere, nel corso del XXI secolo, una soglia di irreversibilità che porterebbe a un possibile aumento del livello del mare anche di alcuni metri». E, come ha spiegato il Professor Stefan Rahmstorf del Potsdam Institute for Climate Impact Research, la percentuale di incremento dei livelli dei mari è strettamente connessa all’aumento delle temperature: la velocità di innalzamento continuerà a crescere con il surriscaldamento del pianeta.

L’impatto dell’innalzamento – anche nella migliore delle ipotesi – sembra alquanto preoccupante: circa il 10% della popolazione mondiale, 600 milioni di persone, vive in zone a rischio di inondazioni. Un precedente studio condotto dall’equipe del Dr. Church mostra come anche un più modesto innalzamento, come quello previsto in precedenza dall’IPCC ad esempio, provocherebbe fenomeni di inondazioni costiere a un ritmo sempre più frequente. «Il nostro studio – ha dichiarato lo stesso Dr. Church – basato sulle zone costiere australiane, mostra che le inondazioni che oggi avvengono a un ritmo di una volta ogni cento anni, potrebbero presentarsi con una frequenza di diverse volte all’anno dal 2100».

Dafni Ruscetta – Megachip

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8828








Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.