Guantanamo, Baghdad, Bassora: le testimonianze di chi ha disertato in nome della verita’.

19 03 2009

di Luca Galassi – peacereporter.net

Il soldato d’inverno e’ colui che si erge a difesa della nazione nel tempo piu’ cupo e nelle ore piu’ desolate, secondo la definizione dello scrittore britannico Thomas Paine, che aveva preso a cuore la causa indipendentista dei futuri Stati Uniti d’America. Fu coniata nel 1776, quando gli americani avevano appena eletto George Washington comandante in capo della guerra per l’indipendenza dagli inglesi, considerati invasori di una terra che sarebbe stata fondata sugli ideali di liberta’ e democrazia. Duecento anni dopo, quando gli invasori divennero gli americani, ‘Winter Soldier fu il nome dato dai veterani del Vietnam a un incontro che si tenne a Detroit nel 1971, un mese dopo il massacro di Mi Lai. In quella occasione, 100 reduci raccontarono le atrocita’ e i crimini di guerra che videro o commissero nel Paese del sud-est asiatico.

I veterani contro la guerra.
Oggi i veterani sono quelli della guerra in Iraq, e sotto il nome di Winter Soldier si riuniscono dallo scorso anno per far sapere al mondo che gli esiti della ‘guerra per la democrazia’ sono stati disastrosi: per il Paese nel quale hanno combattuto, per quello per il quale hanno combattuto, e per loro stessi. A Friburgo, In Germania, questo fine-settimana, sette di loro hanno testimoniato le loro esperienze in uno dei tanti incontri organizzati dall’Ivaw (Iraq Veterans Against the War), organizzazione fondata nel 2004 che annovera tra le sue finalita’ la richiesta di ritiro immediato di tutte le forze di occupazione nel Paese mediorentale, il risarcimento per la devastazione umana e materiale provocata dal conflitto e la piena assistenza economica e sanitaria per chi ritorna dalla guerra.

Il trauma.
Chi ritorna spesso si ammala, o torna gia’ malato di una malattia ormai nota. E’ il Ptsd (Post traumatic stress disorder), un acronimo sotto il quale si celano le piu varie psicosi: depressione, ansia, nevrosi, tendenza al suicidio. Ne soffre il 15 percento dei soldati di ritorno dall’Iraq. Ne hanno sofferto, o tuttora ne soffrono, anche Chris Capps, David Cortelyou, Lee Kamara, Andre Shepherd, Martin Webster, Chris Arendt, Zack Baddorf, Eddie Falcon: tutti hanno prestato servizio in Iraq, e da mesi girano il mondo per portare il loro contributo alla causa antimilitarista. Se il loro Paese, siano gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, li considera disertori, incontrandoli si rivelano individui la cui statura morale e il cui coraggio civile rappresentano qualita’ ormai introvabili negli uomini che li hanno mandati a combattere, e che quei Paesi li governano. Impegnandoli in guerre che ne hanno gravemente minato la credibilita’ e l’autorita’ morale.

L’artigliere secondino.
“Abu Ghraib e Guantanamo sono i simboli della disfatta del nostro Paese. Posso dirlo perche’ io a Guantanamo ci ho lavorato”. A parlare e’ Chris Arendt, arruolatosi a 17 anni nella Guardia Nazionale e chiamato nel 2003 a lavorare a Guantanamo come secondino. “Un artigliere della Guardia nazionale di 19 anni che va a fare il secondino a Guantanamo, pensate un po’. Nell’addestramento preparatorio ci insegnavano come ammanettare la gente. Una cosa ridicola. Assurda. Mettere le manette a un altro essere umano e’ una cosa goffa, disumana. Io dovevo nutrire i detenuti, assisterli se avevano bisogno di qualcosa e… dare loro la carta igienica. A volte, durante gli interrogatori, li tenevano un giorno intero in una stanzetta, fermi, senza consentire loro nemmeno di andare al bagno. Musica a massimo volume, temperatura tra i 10 e i 20 gradi. Altre volte i trattamenti erano peggiori, come l’utilizzo di spray al peperoncino, ma di tortura a Guantanamo e altrove si e’ parlato in abbondanza. A mio parere, vorrei sapere se stare cinque anni in un carcere, lontano dalla propria famiglia e dai propri amici, senza avere la piu’ pallida idea del perche’ si e’ li’, non e’ considerato tortura. Per me si’‘”. Christopher ha trovato il modo per superare il ricordo dei mesi passati a Guantanamo dedicandosi all’arte. Ricicla uniformi militari trasformandole in carta. Piccoli quaderni artigianali sui quali pubblica disegni o poesie scritte a mano, oppure ne fa segnalibri decorati e li vende agli incontri. Da settimane e’ in giro per l’Europa dormendo da chi lo ospita perche’, dice, “non ho davvero un soldo per pagarmi un albergo”.

In aereo sul Medio Oriente.
Anche Lee Kamara ha trovato nell’espressione artistica una forma di terapia. Impegnato nelle forze speciali britanniche a Bassora nel 2004, oggi lavora a un progetto chiamato Voci di Guerra, un Dvd sulla sua esperienza al fronte nel quale sono contenute anche canzoni da lui scritte. “Ho trovato insensato tutto quello che facevo a Bassora, l’ho trovato disumano, mostruoso. Non potevo piu’ sopportare la vista dei civili massacrati e l’ingiustizia di una guerra inutile e assurda. Sono tornato a casa, in Cornovaglia. Ho lasciato l’esercito e ho ricominciato a vivere da civile“. Eddie Falcon era il pilota dei C-130 che partivano dalla base di Manas, in Kirghizistan. Trasportava equipaggiamento, truppe, senatori, forze speciali, medici, veicoli militari. Successivamente e’ stato impiegato in Kuwait e nel servizio aereo di spola tra Baghdad e la prigione di Bassora. “Gli aerei erano completamente privi di posti a sedere, in quanto le poltroncine erano state rimosse. I prigionieri erano accovacciati, legati e con un cappuccio in testa. Le bocche erano chiuse con nastro adesivo. Una o due ore in queste condizioni, a cui erano sottoposti numerosi civili innocenti. Molti di loro, la maggior parte, venivano rilasciati senza alcuna accusa. Un bel viaggetto in aereo sui cieli del Medio Oriente senza alcun motivo”. Eddie, di origini messicane, porta con se le medagliette del servizio militare. “Le ho tempestate di falsi diamanti, e ora le uso come ricordo. L’ho fatto per esorcizzare il periodo in cui queste medagliette rappresentavano la mia identita’ di soldato. Ora non sono altro che un gioiello di bigiotteria, per me”.

“Abbiamo ucciso un civile innocente”.
Chi non ha superato il trauma della guerra e’ David Cortelyou. Di ritorno da Ramadi, Iraq, dove ha prestato servizio come autista, radio-operatore e mitragliere, e’ stato colpito da una profonda depressione e ha tentato il suicidio piu’volte. Curato con farmaci, adesso vive in Germania con la moglie. Durante l’incontro non ha retto allo stress e ha rinunciato a raccontare la sua esperienza. Poco prima aveva ricordato con noi uno dei momenti piu’ terribili della missione in Iraq. “Eravamo impegnati in un’operazione di controllo, ma eravamo rilassati. Il mio superiore stava parlando di musica, avevamo fatto una festa la sera prima. Si avvicina un veicolo. Eravamo troppo vicini per seguire le normali regole d’ingaggio, usando i fari, agitando le mani sparando in aria. Abbiamo sparato contro l’auto. Due-trecento colpi. Abbiamo ucciso il guidatore. Nel posto dietro c’era un bambino. Vivo. Gli abbiamo ucciso il padre. Abbiamo preso il bambino, l’abbiamo portato davanti alla porta di una casa e l’abbiamo lasciato li’. Non abbiamo mai riportato l’accaduto. Dopo, ci abbiamo persino riso su, dicendo che tanto anche il bambino sarebbe diventato un terrrorista“. David torna in America, dove riceve trattamento a base di farmaci in attesa di essere inviato di nuovo in Iraq. Ma rifiuta, e diventa Awol (Absent without leave, assente dal proprio reparto senza autorizzazione), che e’ il preludio alla diserzione. Dopo 30 giorni un Awol diventa infatti tecnicamente disertore. “Sarei tornato in missione, ma solo per morire. Volevo morire. Tornare in guerra e morire“. David non partecipera’ alla fine della conferenza. Accompagnato dall’ex commilitone Chris Arendt, tornera’ all’albergo, portando con se’ i fantasmi della propria traumatica esperienza.

di Luca Galassi – peacereporter.net





Iraq, L’ emergenza silenziosa delle donne irachene

15 03 2009

da osservatorioiraq.it

Una “emergenza silenziosa”. Così descrive la condizione delle donne irachene una delle maggiori organizzazioni umanitarie internazionali, a quasi 6 anni dall’invasione guidata dagli Usa che ha rovesciato il regime di Saddam Hussein.

Le donne in Iraq sono “intrappolate in una spirale discendente di povertà, disperazione, e insicurezza personale, nonostante la violenza nel Paese sia in generale diminuita”, dice Oxfam International, in un rapporto [pdf] diffuso in occasione della Giornata internazionale della donna.

Jeremy Hobbs, direttore esecutivo dell’organizzazione umanitaria internazionale, definisce le donne “le vittime dimenticate dell’Iraq”, sottolineando che “nonostante i miliardi di dollari riversati nella ricostruzione dell’Iraq, e i recenti miglioramenti nella sicurezza, un quarto delle donne intervistate tuttora non ha accesso quotidiano all’acqua, un terzo non può mandare i propri figli a scuola, e, dall’inizio della guerra, più di metà sono state vittima di violenza”.

Particolarmente grave è la situazione delle vedove. Più di tre quarti non ricevono la pensione governativa alla quale avrebbero diritto, anche se molte di loro hanno perso i mariti nel conflitto, fa notare Hobbs.

In molte sono troppo povere per poter offrire alle famiglie acqua pulita, elettricità, cibo, una istruzione, e cure mediche.

Nonostante la situazione della sicurezza in Iraq di recente sia migliorata, i risultati dell’indagine mostrano che per il 60% delle donne intervistate la preoccupazione numero uno è ancora la sicurezza e l’incolumità personale.

E comunque i miglioramenti sul fronte della sicurezza nel Paese non si sono tradotti in un migliore accesso ai servizi di base, che, secondo la maggioranza delle donne intervistate per la stesura del rapporto, sono peggiorati o rimasti uguali rispetto al 2006, quando i livelli di insicurezza in Iraq erano più alti.

Un quarto delle donne intervistate – il 24% – non ha accesso all’acqua pulita. Di quelle che hanno accesso, il 48% dice che l’acqua non è potabile. Per il 69%, rispetto al 2006 e al 2007, le cose sono rimaste uguali o sono peggiorate.

Disastrosa la situazione dell’elettricità: l’82% delle donne intervistate ha detto che la fornitura è peggiorata o non è migliorata rispetto al 2006. Un terzo ha elettricità al massimo tre ore al giorno; due terzi al massimo sei ore.

Altri dati contenuti nel rapporto diffuso oggi:

* Per il 45% delle intervistate, la situazione del reddito è peggiorata nel 2008, rispetto al 2007 e al 2006
* Il 33% non riceve assistenza umanitaria dal 2003
* Il 76% delle vedove non riceve una pensione dal governo
* Quasi metà delle donne intervistate dicono che è più difficile avere assistenza sanitaria di qualità rispetto al 2006 e al 2007
* Il 40% delle donne che hanno figli hanno riferito che i loro figli – sia maschi che femmine – non frequentano la scuola.

Hobbs sottolinea che “una intera generazione di iracheni è a rischio. Le madri sono costrette a fare scelte difficili, come se spendere i soldi per mandare i figli a scuola e ricevere assistenza sanitaria, oppure pagare per avere energia elettrica privata e acqua”.

“Queste sono scelte che nessuna madre dovrebbe dover fare, e non stanno mettendo a rischio solo le famiglie singole; stanno mettendo a rischio il futuro stesso dell’Iraq”, afferma il direttore esecutivo di Oxfam International.

I dati per il rapporto pubblicato oggi – dal titolo In Her Own Words: Iraqi Women Talk about their Greatest Concerns and Challenges [pdf] – sono stati raccolti nel 2008, per conto di Oxfam, dall’Ong irachena “al Amal”, intervistando un campione di circa 1.700 donne, di estrazione diversa, residenti sia in zone urbane che rurali, in cinque delle 18 province dell’Iraq: Baghdad, Bassora, Ninive, Ta’amim, e Najaf. Le rilevazioni sono state completate a fine maggio 2008.

Oxfam ha ritirato il proprio personale dall’Iraq nel 2004, a causa del deteriorarsi delle condizioni di sicurezza, e oggi sostiene le organizzazioni che operano tuttora nel Paese.

[O.S.]

Il comunicato stampa di Oxfam

Leggi il rapporto:

In Her Own Words: Iraqi Women Talk about their Greatest Concerns and Challenges [pdf]

da osservatorioiraq.it
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8843





Conferenza della società civile irachena

13 03 2009

Dal 25 al 31 marzo rappresentanti della società civile irachena si incontreranno in Italia con esponenti di associazioni italiane e internazionali nella prima Conferenza della società civile irachena.

A 6 anni dalla guerra:

-    I diritti basilari all’acqua e all’alimentazione, alla educazione, alla salute sono negati alla gran parte della popolazione
-    La libertà sindacale è tuttora negata dalla legge sul sindacato unico di Saddam Hussein, la libertà di associazione è sotto tutela., la libertà di stampa è impraticabile..
-    I diritti delle donne hanno fatto enormi passi indietro. La nuova costituzione, approvata sotto l’occupazione americana, nega la parità  di genere.
-    Arresti arbitrari, detenzioni senza processo, esecuzioni extragiudiziali, torture sono ancora all’ordine del giorno
-    Nonostante il calo della violenza la vita di milioni di uomini e donne è ancora quotidianamente appesa ad un filo.

Ma c’è una società civile che resiste e continua a voler costruire un futuro che non sia solo la fine dell’occupazione statunitense, ma sia basato sui diritti di tutti e di tutte.

Si tratta di centinaia, migliaia, di sindacalisti, di attivisti delle associazioni per i diritti umani, delle reti di donne e delle organizzazioni studentesche, di militanti nonviolenti, medi attivisti, che tutti i giorni affrontano gravi pericoli per continuare ad affermare i diritti e che nessuno ascolta.

Circa 45 esponenti della società civile irachena (giornalisti, sindacalisti, donne, rappresentanti di ong, attivisti per la difesa dei diritti umani) si ritroveranno dal 25 al 31 marzo a Velletri (Rm) per la prima Conferenza della società civile irachena organizzata da Un ponte per… e da altre associazioni internazionali.

Obiettivo dell’incontro è quello di creare un piano di azione comune a sostegno dello sviluppo e del rafforzamento della società civile irachena. La Conferenza, nasce, infatti dalla necessità di capire meglio le esigenze e le priorità dell’ associazionismo iracheno per coordinarci meglio con loro, capire come calibrare le nostre azioni e le nostre iniziative. Una necessità sentita anche da altre associazioni internazionali con le quali Un ponte per… ha cooperato in Iraq o all’interno del movimento globale, che come noi si sonko posti la domanda di ‘come’ andare oltre la richiesta di ritiro delle truppe, di ‘come’ riuscire ad appoggiare al meglio le organizzazioni irachene.

L’OsservatorioIraq in collaborazione con Amisnet sequiranno da Velletri la Conferenza con interviste agli ospiti e approfondimenti.

Inoltre dal 31 marzo al 7 aprile, alcuni di questi attivisti gireranno l’Italia in una Settimana di incontri con la società civile irachena in cui parleranno della situazione in Iraq, vista con gli occhi della società civile e della loro attività per un Iraq libero e democratico.


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