15 03 2009

di www.BayesFor.eu

Eventi reali quali un incendio, uno stupro o un cambio al vertice nella segreteria di un partito trovano il loro eco sui mezzi di informazione. Articoli, interviste, servizi speciali alla tv e tante immagini soddisfano il nostro bisogno di sapere cosa succede fuori nel mondo. Il dubbio che questo meccanismo sia affetto da condizionamenti esterni è tuttavia molto forte ed è ormai da molti anni che in Italia si dibatte sul ruolo dei mass-media sulla politica e in particolare sul meccanismo dei consensi.

Forse esiste un complotto. C’è chi crede che il complotto esista, e forse c’è anche chi crede, forte di un narcisismo che non manca all’italica natura, di governarlo.

Vi proponiamo una diversa lettura.

Forse quello a cui assistiamo sono gli effetti di un equilibrio tra informazione e intrattenimento. Le tv parlano di quello che noi vogliamo sentire, i nostri desideri e paure rincorrono quello che ci viene detto e i mezzi di informazione rimettono in circolo le nostre reazioni emotive, amplificate.

Le ragioni ultime di questo meccanismo sono antropologiche più che politiche. Riguardano l’uomo come animale politico e sociale più che la regia di qualche magnate dell’informazione. I media accorciano le distanze non solo tra chi è oggetto dell’informazione e chi la fruisce, ma avvicinano tutti noi uomini e donne in uno spazio che è una rappresentazione semplificata della realtà.

L’equilibrio tra informazione e intrattenimento è tuttavia instabile. Come la dinamica di popolazione dei lemming, oscilla tra variabili risorse e predatori. Eventi che oggi non hanno seguito, domani sono degni delle prime pagine di prestigiosi giornali. È il baraccone mediatico che cavalca le onde dell’emotività condivisa. Il senso comune, è stato barattato per il comune sentire.

Internet cambierà tutto questo, forse l’ha già cambiato e noi non ce siamo accorti. Non è merito di Facebook, è merito della memoria fisica di milioni di server che intrappolano gli eventi nei lori dischi fissi. E che ne rendono fruibile l’archivio storico. Le parole sono i mattoni con cui costruiamo i nostri pensieri. Ma mentre i pensieri non sono riducibili alle loro componenti, le parole scritte sono quantificabili e misurabili.

Perché c’è bisogno di quantificare l’informazione? Lo spazio della comunicazione è e rimarrà verbale. Tuttavia la trasposizione numerica degli eventi non è che il primo passaggio di una procedura il cui scopo è filtrarne l’emotività. La serie storica di come una parola è utilizzata dai media, ci restituisce un dato oggettivo che è pronto a essere riammesso nella soggettività del nostro sentire. Ma ogni punto di quella serie inchioda gli eventi e le persone che li hanno generati alla loro storia e quindi alle loro responsabilità. I numeri tornano a essere parole, e il dialogo scevro dall’emozione può essere in fine civile.

Questo è l’ambizioso scopo della nostra associazione dal nome strano BayesFor.

Vi presentiamo un’immagine emblematica proveniente dai 30 siti di informazione più visitati del nostro paese (quotidiani, blog, agenzie stampa…). Il grafico riporta il numero di volte che la parola “stuprata” è stata utilizzata negli ultimi 2 mesi e precisamente dalla fine di Dicembre alla fine di Febbraio. Ci sembra verosimile che il numero di violenze sulle donne sia purtroppo abbastanza regolare nel corso del tempo [1], ciò nonostante si nota un incredibile discontinuità nelle tre settimane che vanno dalla fine di Gennaio alla seconda settimana di Febbraio. In queste settimane la parola compare con una frequenza molto elevata. Il 20 Febbraio viene approvato il così detto “decreto anti-stupri”, la parola stuprata scompare dai media.

grafico

Ci sono alcuni commenti che ci appaiono rilevanti.

Abbiamo scelto la parola “stuprata” e non la parola “stupro” o “stupri” in quanto è la parola che più strettamente può essere riferibile ad un fatto preciso. Se avessimo usato la parola “stupro” la frequenza delle volte che la parola è stata usata nel dibattito sarebbe stata indistinguibile dalle volte che invece i giornali usavano la parola per riferire di un evento. Al contrario la parola “stuprata” è difficilmente utilizzata per discutere di una legge che riguarda le pene per gli stupratori e non chi la violenza l’ha subita.

Il secondo punto interessante riguarda la frequenza della parola nei periodi precedenti a fine 2008. Il software sviluppato da BayesFor infatti non legge tutte le parole che compaiono sui siti internet ma conta solo le parole che sono comparse più di 4 volte, in un giorno, in almeno un sito di informazione. Il fatto che nel database la parola compaia per la prima volta il 26 Dicembre (15 occorrenze) ci dice che fino a quel momento in nessun giorno era comparsa in un sito monitorato più di 5 volte, e avendo iniziato il software a funzionare nel dicembre del 2007, questo ci da un’idea della relativa bassa frequenza della parola in tutto il 2008.

Infine riportiamo quanto detto dal Presidente del Consiglio in conferenza stampa il giorno 20 Febbraio dopo l’approvazione del così detto “pacchetto sicurezza”, ovvero che le misure urgenti adottate «andavano incontro ad un allarme sociale che si è diffuso nel paese, malgrado nel 2008 ci sia stata una diminuzione delle violenze sessuali rispetto agli anni precedenti, anche nel territorio di Roma» [2].

[1] In realtà esiste qualche evidenza di un aumento dei casi di violenza sessuale nel periodo estivo come dimostrato dallo studio di Michael  e Zumpe dal titolo  “Sexual violence in the United States and the role of season” pubblicato alcuni anni fa nell’American Journal of Psychiatry.
[2] www.governoberlusconi.it

di www.BayesFor.eu
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8845





“Adotta una crisi dimenticata”. La critica di Medici Senza Frontiere alle notizie introvabili

12 03 2009

di Pino Cabras - Megachip

Quanti morti deve contare un’alluvione in Bangladesh per guadagnarsi un trafiletto a pagina 17, schiacciato però dai resoconti di un reality? Vecchia questione, che le redazioni risolvono aderendo a un presunto gusto medio, quello che ai diecimila asiatici morti poveri preferisce il gossip. Solo che ultimamente si esagera, soprattutto in Italia, dove la tv schiaccia tutta l’informazione e la politica. Lo ricorda Medici senza frontiere (Msf), la grande organizzazione medico-umanitaria internazionale che interviene nelle zone critiche del pianeta, flagellate da guerre e malattie. Da noi poco o nulla si è detto delle catastrofi somale e birmane, e ben poco anche sulle guerre civili nella Repubblica Democratica del Congo, giusto per stare all’anno scorso.

Il consuntivo presentato a Roma l’11 marzo 2009 da Msf su come il 2008 sia stato raccontato dalla tv italiana mostra uno dei lati più preoccupanti dell’emergenza informativa: il crescente provincialismo e il debordare del gossip o delle cronache sul maltempo. Le nostre banali influenze invernali divengono “notizie” che surclassano le epidemie che falciano l’esistenza di chi si ammala dalla parte sbagliata del globo. I conti li ha fatti l’Osservatorio di Pavia. Il sontuoso sposalizio di Flavio Briatore ed Elisabetta Gregoraci ha avuto l’onore di 33 tg nazionali, spesso con forti richiami nella titolazione, gli stessi tg che concedevano solo 12 deboli richiami alla grave epidemia di colera in Zimbabwe.

«È nostro dovere raccontare ciò che vediamo sul territorio, e per il quinto anno di fila presentiamo il nostro rapporto», ha ricordato il direttore generale di Msf Italia Kostas Moschochoritis.

Mirella Marchese, dell’Osservatorio di Pavia ha elencato la ‘top ten’ dei silenzi e delle sottovalutazioni, dieci vicende che coinvolgono l’esistenza di milioni e milioni di persone. Silenzio sulle fughe di massa per i raid statunitensi in Pakistan nord-occidentale; silenzio sulla grave situazione sanitaria in Myanmar; oblio sul colera nello Zimbabwe; ignoranza pressoché totale sulla guerra civile congolese; oscuramento su fame e profughi in Somalia. E poi, chi sa qualcosa di preciso sulla denutrizione dei bimbi di Haiti, Bangladesh e Costa d’Avorio? Chi ha sentito qualcosa del collasso sanitario in Etiopia?; Al di là della parola Darfur, cosa sappiamo del Sudan dalle nostre tv? E del baratro epidemiologico aperto dall’invasione dell’Iraq?

I dati dell’Osservatorio di Pavia sulle notizie internazionali dei tg italiani mostrano impietosamente una tendenza. Se nel 2006 i tg avevano appena il 10% di notizie attente a questi temi, nel 2008 sono precipitati al 6%. Mediaset ha guidato la corsa della distrazione. Studio Aperto dedica ad esempio appena il 2,9% delle notizie. Il padrone, che vuole tv rassicuranti, ne sarà rassicurato.

Su altre crisi c’è stata più attenzione, è vero. Il Medio Oriente, ad esempio, ha coperto il 19% delle notizie. Tuttavia, anche quelle vicende vengono filtrate con la chiave domestica del dibattito politico in Italia o con la cronaca delle violenze senza spiegazione del contesto. Capita lo stesso per i luoghi più sfigati. Ci vuole il rapimento di qualche italiano o il volto familiare di George Clooney per smuovere qualche frazione del palinsesto in direzione dell’Africa, prima di dimenticare di nuovo tutto.

Di qui la campagna di Msf, patrocinata dalla Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi), “Adotta una crisi dimenticata”. A quotidiani, periodici, programmi radiotelevisivi e organi online è chiesto l’impegno di riferire di una o più crisi dimenticate nel corso dei prossimi 12 mesi, fino al prossimo rapporto.

Molte testate importanti hanno aderito. Tra esse ritroviamo anche i maggiori quotidiani, che però si tengono ben strette, anzi sempre più larghe, le colonne del gossip nelle loro edizioni online, sempre più rutilanti e invadenti, a signoreggiare il rumore di fondo del blob pubblicitario.

Roberto Natale, presidente Fnsi contesta l’idea del gusto medio del pubblico televisivo come naturalmente disinteressato a  questi argomenti. In capo ai direttori individua una grande responsabilità educativa.
Il collasso della raccolta pubblicitaria e la crisi galoppante dei vecchi modelli di business informativo – ora che infuriano i segni della depressione economica – potrebbe essere un’occasione per un ritorno alla realtà. Le crisi dimenticate offrirebbero molti spunti per capire anche la Grande Crisi in corso.

Leggi il rapporto sulle Crisi dimenticate e le modalità per aderire alla campagna “Adotta una Crisi Dimenticata”

di Pino Cabras - Megachip
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8830





L’America che non piace ai media italiani

10 03 2009

di Gianni Minà – da ilmanifesto.it

L’Obama CANCELLATO
Il nuovo capo della Casa bianca sta rimediando alle violazioni dei diritti umani dell’era-Bush, a partire da Guantanamo. Ma i nostri giornali e le nostre televisioni passano oltre, minimizzano, ne parlano poco. O, persino, lo osteggiano.

La nuova America di Barack Obama mantiene le promesse riguardo i diritti umani violati a più riprese dall’amministrazione di Bush Jr. La Commissione di intelligence del Senato americano indagherà a breve sui metodi di interrogatorio e sulle modalità di detenzione messe in atto negli anni scorsi dalla Cia nei confronti di presunti terroristi. La notizia – confermata da fonti del partito democratico del Congresso – è stata ignorata dalla maggior parte dei mezzi di informazione italiani, anche da quelli che parlano molto – ma un po’ ritualmente – di diritti umani.

Il silenzio è sconcertante, specie se si considera, per esempio, che nel lager di Guantanamo, dove i detenuti erano reclusi in celle simili a stie per polli, dal 2001 al 22 gennaio di quest’anno, quando il nuovo presidente degli Stati uniti, evidentemente anche lui turbato da questo quadro, ha dato l’ordine di chiuderlo, sono transitati 775 prigionieri dei quali 420 sono stati liberati, dopo torture e offese, senza nessuna accusa o incriminazione.
Un contesto tragicamente simile a quello descritto da Claudio Fava, giornalista, scrittore e parlamentare europeo, presidente della Commissione che ha indagato sulle extraordinary rendition, in un passaggio della prefazione per il libro di Giulietto Chiesa Le carceri segrete della Cia in Europa: «Questa storia è anche un viaggio nell’orrore e nel ridicolo: nomi storpiati, abbagli, menzogne. Con un più tragico e grottesco dettaglio: delle venti extraordinary rendition che la Commissione di inchiesta ha ricostruito, almeno diciotto riguardavano casi di persone totalmente innocenti. Catturate, detenute, torturate e infine – un anno dopo, due anni dopo, cinque anni dopo – liberate con un’alzata di spalle ‘c’eravamo sbagliati’. E’ solo una stolta avventura della Cia? Non credo. Quegli abusi, quelle menzogne, quegli eccessi sono anche i nostri».

Anche i dati che abbiamo citato sopra sono indiscutibili e fino a qualche tempo fa, perfino nell’Italia democristiana, avrebbero imposto almeno una riflessione di prima pagina. Ora invece sono letteralmente spariti, anche in quotidiani prestigiosi come il Corriere della Sera che ha ben due vicedirettori che si dichiarano esperti nell’argomento diritti umani, Magdi Cristiano Allam, candidato dell’Udc alle europee, che appena può lancia una fatwa contro il mondo islamico, per lui radice di ogni violenza del mondo moderno, e Pierluigi Battista che, nei suoi fondi, senza nessun rispetto per i lettori, chiama «dittatore» Ugo Chavez, che in dieci anni di governo del Venezuela ha affrontato una dozzina di consultazioni elettoriali o referendarie, perdendone una sola, e accettando nell’occasione e senza discussione quel risultato.

Mi viene naturale, allora, ricordare con fastidio le faccie stolide di quei presunti esperti di strategie militari che nello studio televisivo di Bruno Vespa, fra il 2001 e il 2003, giocavano a RisiKo con i plastici raffiguranti l’Afghanistan e successivamente l’Iraq convinti, in entrambi i casi, che gli Stati Uniti avrebbero archiviato quelle pratiche strategiche in poche settimane e avrebbero «esportato la democrazia».

Invece l’Afghanistan è nuovamente in mano ai talebani, ai mercanti d’oppio e ai signori della guerra. Mentre nella terra della civiltà babilonese le vittime civili sono ormai 900mila e a Falluja e in altre zone è provato siano state utilizzate dall’armata Usa armi chimiche.

Lo sconcerto, poi, diventa totale leggendo la conclusione preliminare dell’inchiesta voluta da Barack Obama, addirittura all’indomani dell’investitura, che afferma «Nonostante gli ingenti finanziamenti disposti a partire dal 2003, con i soldi dei contribuenti americani, è impossibile trovare testimonianza di un solo cantiere aperto nella capitale irachena, fatta eccezione per quello del complesso che da pochi giorni ospita la nuova ambasciata Usa», la più faraonica sede diplomatica del governo nordamericano nel mondo, un complesso di ventuno edifici costato quasi due miliardi di dollari.

In compenso quella che fu la terra della civiltà babilonese è stata inondata di denaro, 125 miliardi di banconote che Paul Bremer, allora scelto da Bush Jr. per «ricostruire» un paese appena raso al suolo, aveva preteso in contanti.

Ora l’indagine governativa in corso sta rilevando che la metà dei soldi risulta sparita nel nulla, 57,8 miliardi di dollari, che dovevano essere destinati a scuole, ospedali, strade, abitazioni e a ricostruire i servizi essenziali, e che invece sono finiti nelle tasche degli speculatori internazionali, o fanno parte dei bilanci di ditte come la Hullyburton, creatura cara all’ex vice presidente Dick Cheney, i cui manager arrivavano in Iraq accompagnati da guardie del corpo chiamate contractors e pagate non meno di 15mila dollari al mese.

Al Pentagono, gestito allora dal disinvolto ministro Donald Rumsfeld, che stava conducendo la guerra e aveva già approvato informalmente la pratica della tortura, Bush aveva infatti affidato, senza scrupolo anche l’incarico della ricostruzione. L’ordine era di sospendere sia la legge irachena, sia quella americana.

In questo modo gli investitori hanno potuto godere di una immunità tale da traformare l’Iraq in una «zona di libera frode», in cui milioni di dollari in contanti sono stati consegnati a truffatori per opere mai portate a termine.

La stampa occidentale, compresa quella liberal nordamericana (era l’epoca dei giornalisti uccisi a Baghdad o a Falluja dal «fuoco amico») che, nell’occasione, come mi disse Noam Chomsky, aveva abdicato alla sua storia, non ebbe il coraggio e la dignità di denunciare quello scempio. Paura o cinismo? Forse solo opportunismo.

Silenzi interessati
Certo, ora che la realtà viene a galla, così meschina, così feroce, è sconcertante scoprire che, salvo alcuni casi, l’atteggiamento dell’informazione non è cambiata. Ignorare, eludere, queste notizie continua a essere la linea dei media occidentali, specie in Italia dove è passato sotto silenzio perfino l’inquietante lavoro di lobby che il presidente Bush nell’estate del 2006 fece con i senatori repubblicani McCain, Warner, Graham e Collins, compagni di partito che, assaliti evidentemente da un sussulto di coscienza, si opponevano all’approvazione della legge che avrebbe autorizzato la tortura, ora subito sospesa da Barack Obama.

Una storiaccia senza morale che avrebbe meritato, allora come adesso, uno straccio di editoriale, due righe di commento, delle penne democratiche del nostro paese o della satolla Europa. Ma la latitanza morale dei più prestigiosi editorialisti e commentatori tv diventa ancor più colpevole quando, meno di una settimana dopo, è arrivata la notizia che Bush Jr. aveva trovato un accordo con i senatori «ribelli». Ribelli a che cosa? Al cinismo e all’ipocrisia della nazione guida delle democrazie occidentali?

Eppure le conclusioni preliminari dell’inchiesta amministrativa in corso sono esplicite: «L’intero progetto di ricostruzione in Iraq è stato un pieno fallimento. Si è passati da una guerra lampo all’idea di mettere insieme uno stato dalle fondamenta, senza avere un progetto degno di questo nome alle spalle. La Coalition Provisional Authority ha dato prova di cattiva gestione, di assoluta mancanza di controllo, spalancando le porte ad ogni tipo di attività criminale».

Sono parole che mi fanno venire in mente il bellissimo documentario Ma dove sono finiti i soldi del giovane medico e giornalista iracheno Ali Fadhil, trasmesso all’epoca alle undici di sera a “C’era una volta”, il programma di Rai Tre di Silvestro Montanaro, dove si vedevano i marines durante le operazioni di scarico di un aereo in Iraq prendere a calci, come se giocassero a football, i sacchi di dollari inviati per la «ricostruzione».

Norma Rangeri, nella rubrica sui programmi televisivi che tiene sul manifesto, si domandò giustamente perché nemmeno una di quelle immagini fosse stata mostrata in un telegiornale e, aggiungo io, nemmeno nei programmi di Vespa, Ferrara, Mentana, Santoro, Floris e Piroso.

Purtroppo i giornalisti liberali o riformisti, come si dice ora, sono in Italia, tendenzialmente, distratti o servili. Non provano nemmeno il disagio che Barack Obama ha espresso già il giorno successivo al suo insediamento, quando ha deciso di chiudere il lager di Guantanamo, fermare le commissioni militari, veri illegali tribunali speciali che vi agivano e mettere al bando l’uso della tortura da parte della Cia. Insomma, tentando di smontare alcuni dei passaggi più inquietanti della politica di Bush Jr. Anzi al Corriere ultimamente non nascondono la loro antipatia per le scelte di Obama. Da noi gli otto anni nefasti di W., che Oliver Stone, il regista di Platoon, Nato il 4 luglio e JFK, ha accusato pubblicamente di «aver infranto ogni limite morale», hanno trovato eco solo recentemente nella rubrica del critico televisivo del Corriere della Sera.

Aldo Grasso si è offeso perché Miguel d’Escoto, antico combattente per i diritti dei più poveri e degli esclusi, prete sospeso a divinis dal Vaticano, aveva accettato l’incarico di ministro degli esteri dell’esausto Nicaragua sandinista, scampato alla guerra sporca dei contras, le milizie del dittatore Somoza, sostenute dal presidente Usa Ronald Reagan, si era augurato, in un collegamento con il Festival di Sanremo, di poter superare l’isolazionismo che aveva caratterizzato la politica nordamericana negli anni della presidenza di Bush Jr.

D’Escoto parlava da New York come presidente (eletto per il suo prestigio internazionale) della 63a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, estemporaneamente intervistato da Paolo Bonolis in una di quelle iniziative spericolate della tv generalista, quando vuole dare prestigio a un programma nazionale e popolare.

Aveva affermato d’Escoto: «O ci amiamo o affondiamo tutti (…) Cogliamo, con l’aiuto della musica l’occasione di rinnovare lo spirito per lottare tutti insieme per un mondo migliore», accenando alla speranza di superare l’atteggiamento non collaborativo dell’America di Bush nei riguardi delle Nazioni unite.

Ma tanto era bastato al critico del Corriere per sollecitare addirittura le alte cariche dello Stato italiano a chiedere scusa agli Stati uniti.

Scusa di che, Aldo Grasso? Se è vero, come è vero, che d’Escoto ha affermato una verità inconfutabile, specie per un cittadino di un paese latinoamericano, massacrato dalla «guerra sporca» benedetta trenta anni fa da Ronald Reagan?
Questa purtroppo è la nostra informazione. Tutte le notizie non gradite agli Stati Uniti, o che sottolineano una loro sconfitta materiale e morale, vengono eluse, evitate, respinte, quasi fosse il pedaggio da pagare ancora ai vincitori della seconda guerra mondiale, per antonomasia indiscutibili, democratici e liberatori.

Invece, le «gesta» dei nordamericani, nell’ultimo mezzo secolo, sono state spesso anche scorrette, egoiste, poco eroiche. Dalla guerra in Vietnam, per di più persa miseramente, al crudele Plan Condor, voluto dal presidente Nixon e dal segretaio di stato Kissinger per coordinare fra loro le dittature militari latinoamericane degli anni ‘70, e aiutarli ad annientare tutte le opposizioni progressiste del continente, fino alla guerra in Iraq.

Quando si verificano eventi così inquietanti c’è, in Italia, una sorta di consegna del silenzio, una fuga dalla realtà.

Per capire con quale superficialità vengono spesso decisi i nostri destini c’è voluta, per esempio, la testardaggine di Oliver Stone, un vecchio cacciatore di documenti inoppugnabili, che diventano sceneggiature di indimenticabili film di denuncia. Questa volta, raccontando nel film W., le «imprese» del Presidente degli Stati uniti negli anni in cui è crollato anche il muro del capitalismo, si può permettere perfino il lusso di essere magnanimo e di leggere il catastrofico bilancio del suo governo come la frustrazione di un piccolo uomo schiacciato dalla figura del padre, che fu direttore della Cia, vice presidente di Reagan e poi, a sua volta, presidente.

Tutto questo però senza dimenticare di sottolineare la follia di una politica avida, corrotta e guerresca, che solo la malafede della nostra informazione ha continuato pervicacemente a ignorare.

http://www.ilmanifesto.it
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8814