Il punto di vista di un generale russo: 11 settembre: una provocazione mondiale

18 03 2009

di Gen. Leonid Ivashov – Reseau Voltaire

Il generale russo in congedo Leonid Ivashov, ex capo delle forze armate della Russia, è una delle persone meglio informate al mondo, non solo per l’alta carica che a suo tempo ricoprì e gli permise di godere di una serie di strumenti sofisticati (i satelliti artificiali, l’intelligence militare, squadre di analisti e altre reti di informazioni segrete), ma anche perché oggi è vicepresidente dell’Accademia di Geopolitica a Mosca. Ma ciò che risalta nel generale Ivashov è la sua trasparenza e onestà al momento di parlare di questioni politiche del potere mondiale che influenzano l’umanità, sulle quali altre persone del suo rango rimarrebbero in silenzio per ragioni di Stato.

L’esperienza dell’umanità dimostra che il terrorismo compare ovunque si voglia che si produca un aggravamento delle contraddizioni in un momento determinato, dove i rapporti in seno alla società iniziano a peggiorare e dove l’ordine sociale subisce dei cambiamenti, laddove sorga l’instabilità politica, economica e sociale, dove si scatenano i potenziali di aggressività, dove decadono i valori morali, dove trionfano il cinismo e il nichilismo, dove si legalizzano i vizi e dove la criminalità si sviluppa rapidamente.

I processi legati alla globalizzazione creano le condizioni favorevoli per questi fenomeni estremamente pericolosi. Provocano una nuova divisione della mappa geopolitica del mondo, una ridistribuzione delle risorse del pianeta, violano la sovranità e cancellano le frontiere degli Stati, smantellano il diritto internazionale, distruggono la diversità culturale, impoveriscono la vita morale e spirituale.

Credo che adesso possiamo parlare di una crisi sistemica della civiltà umana. Essa si manifesta in modo particolarmente acuto sul piano dell’interpretazione filosofica della vita. Le sue manifestazioni più spettacolari hanno a che fare con il significato che si attribuisce alla vita, all’economia e al campo della sicurezza internazionale.
L’assenza di nuove idee filosofiche, la crisi morale e spirituale, la deformazione della percezione del mondo, la diffusione di fenomeni amorali contrari alla tradizione, la competizione per l’arricchimento illimitato e il potere, la crudeltà, portano l’umanità al declino e, forse, alla catastrofe.

La preoccupazione così come la mancanza di prospettive di vita e di sviluppo in cui sono bloccati molti popoli e Stati costituiscono un importante fattore di instabilità a livello mondiale.
L’essenza della crisi economica si manifesta nell’implacabile lotta per le risorse naturali, negli sforzi delle grandi potenze mondiali, in particolare gli Stati Uniti d’America, così come di alcune multinazionali, volti a sottomettere ai loro interessi i sistemi economici di altri Stati e prendere il controllo delle risorse del pianeta, in particolare le fonti di approvvigionamento di idrocarburi.

La distruzione del modello multipolare che garantiva l’equilibrio delle forze nel mondo ha causato anche la distruzione del sistema di sicurezza internazionale, delle norme e dei principi che reggevano i rapporti tra gli Stati e il ruolo delle Nazioni Unite e del suo Consiglio di Sicurezza.

Oggi gli Stati Uniti si arrogano il diritto di decidere il destino degli altri Stati, di commettere atti di aggressione, di assoggettare i principi della Carta delle Nazioni Unite alla propria legislazione. Furono proprio i paesi occidentali che, attraverso le loro azioni e l’aggressione contro la Repubblica federale della Jugoslavia e contro l’Iraq e nel permettere in forma evidente l’aggressione israeliana contro il Libano, con minacce a Siria, Iran e altri paesi, a scatenare un’enorme energia di resistenza, di vendetta e di estremismo, che hanno rafforzato il potenziale del terrore prima di rivoltarsi, come un boomerang, contro lo stesso Occidente.

L’analisi dell’essenza dei processi di globalizzazione, come pure delle dottrine politiche e militari degli Stati Uniti, dimostra che il terrorismo favorisce il raggiungimento degli obiettivi di dominazione mondiale e la sottomissione degli Stati agli interessi dell’oligarchia mondiale.
Ciò significa che (il terrorismo) non è di per se stesso un attore della politica mondiale, bensì un semplice strumento, il mezzo per instaurare un nuovo ordine unipolare con un unico centro di comando a livello mondiale, per cancellare le frontiere nazionali e garantire il dominio di una nuova élite mondiale. Ed è proprio quest’ultima l’attore principale del terrorismo internazionale, il suo ideologo e il suo “padrino”.

Essa inoltre si sforza di rivolgere il terrorismo contro altri Stati, compresa la Russia.
Il bersaglio principale nel mirino della nuova élite mondiale, è la realtà naturale, tradizionale, storica e culturale che ha gettato le basi delle relazioni tra gli Stati e dell’organizzazione della civiltà umana in Stati nazionali, dell’identità nazionale.

L’attuale terrorismo internazionale è un fenomeno che consiste – per strutture governative e non governative – nell’utilizzare il terrore come un mezzo volto a raggiungere obiettivi politici terrorizzando, destabilizzando la popolazione a livello socio-psicologico, demotivando le strutture del potere statale e creando condizioni che consentano di manipolare la politica dello Stato e il comportamento dei cittadini.

Il terrorismo è un modo di fare la guerra in maniera non convenzionale. Parallelamente, il terrorismo, in combinazione con i mass media, si comporta come un sistema di controllo dei processi mondiali.

È precisamente la simbiosi tra i mass media e il terrore a creare le condizioni favorevoli a grandi sconvolgimenti nella politica mondiale e nella realtà esistente.

Se si esaminano in tale contesto gli eventi accaduti negli Stati Uniti l’11 settembre 2001, si potranno raggiungere le seguenti conclusioni:
- L’attentato terroristico contro le torri gemelle del World Trade Center ha cambiato il corso della storia mondiale distruggendo definitivamente l’ordine mondiale derivante dalla accordi di Yalta-Potsdam;
- Ha slegato le mani a Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele, consentendo loro di intraprendere azioni nei confronti di altri paesi, in aperta violazione delle norme ONU e degli accordi internazionali;
- Ha stimolato lo sviluppo del terrorismo internazionale. Peraltro, il terrorismo si presenta come uno strumento di resistenza radicale ai processi di globalizzazione, come mezzo di lotta di liberazione nazionale, di separatismo, come mezzo di risoluzione dei conflitti tra le nazioni e le religioni e come strumento di lotta economica e politica.

In Afghanistan, in Kosovo, in Asia centrale, nel Medio Oriente e nel Caucaso, constatiamo che il terrorismo serve anche a proteggere trafficanti di droga, destabilizzando le aree lungo le loro rotte.

È dimostrato che in un contesto di crisi sistemica mondiale il terrorismo si è trasformato in una sorta di cultura della morte, nella cultura della nostra quotidianità.
Irrompe nella prospera Europa, tormenta la Russia, agita il Medio Oriente e l’Asia orientale. Fa in modo che la comunità internazionale si assuefaccia all’ingerenza violenta e illegale negli affari interni degli Stati e alla distruzione del sistema di sicurezza internazionale. Il terrore genera il culto della forza e assoggetta ad essa la politica, il comportamento dei governi e della popolazione.

La cosa più spaventosa è che il terrorismo ha un grande futuro a causa della nuova spirale di guerra che ormai si delinea per la ridistribuzione delle risorse mondiali e il controllo delle aree chiave del pianeta. All’interno della strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, approvata quest’anno dal Congresso USA, l’obiettivo apertamente dichiarato della politica di Washington è quello di «assicurare l’accesso alle regioni chiave del mondo, alle comunicazioni strategiche e alle risorse globali», prendendo come un mezzo per raggiungere l’obiettivo la realizzazione di attacchi preventivi contro qualsiasi paese.
Dal punto di vista del Congresso, gli USA possono quindi adottare una dottrina di colpi nucleari preventivi, che suona tanto come terrorismo nucleare.

Ciò implica l’utilizzo su larga scala di sostanze nocive e di armi di distruzione di massa. Non ci sarà nessuno scrupolo al momento di determinare i mezzi da utilizzare per rispondere a un attacco. Sarà solo questione di scegliere i mezzi.

La provocazione per mezzo di un atto di terrorismo diventa un mezzo per raggiungere obiettivi politici su scala globale, regionale o locale. Così come una provocazione organizzata nella località di Rachic (in Kosovo, Serbia), finì per dar luogo al cambio di regime politico in Serbia e al crollo della Repubblica federale di Jugoslavia, mentre serviva come pretesto per l’aggressione della NATO e alla separazione del Kosovo dalla Serbia. Si tratta in questo caso di una provocazione a livello regionale. Lo stesso può essere detto a proposito della recente provocazione che ha portato all’aggressione israeliana contro il Libano nel luglio 2006.
Le esplosioni di Londra, i disordini a Parigi nel 2005-2006, sono provocazioni che hanno avuto ripercussioni sulla politica locale e sull’opinione pubblica in Gran Bretagna e Francia.

Dietro a praticamente ogni atto di terrorismo si nascondono potenti forze politiche, imprese transnazionali o strutture criminali con obiettivi mirati. E quasi tutti gli atti terroristici, escluse le attività di liberazione nazionale, sono in realtà provocazioni. Anche nel caso dell’Iraq, le esplosioni nelle moschee sunnite e sciite non sono altro che provocazioni organizzate secondo il principio del “divide et impera”. Lo stesso vale per la presa di ostaggi e l’uccisione di membri della missione diplomatica russa a Baghdad.

L’atto terroristico commesso per fini di provocazione è vecchio come il mondo. Proprio delle provocazioni terroristiche servirono come pretesto per lo scatenamento delle due guerre mondiali.

Gli eventi dell’11 settembre 2001 sono stati una provocazione mondiale. Si può anche parlare di un’operazione su scala mondiale. Operazioni di questo tipo in genere permettono di risolvere varie questioni globali in una singola occasione. Si possono definire come segue:
1. L’oligarchia finanziaria globale e gli Stati Uniti hanno ottenuto il diritto non formale di usare la forza contro uno Stato.
2. Il ruolo del Consiglio di Sicurezza è stato svalutato. Ora svolge sempre di più il ruolo di organizzazione criminale complice dell’aggressore e alleato della nuova dittatura fascista mondiale.
3. Grazie alla provocazione dell’11 settembre, gli Stati Uniti consolidarono la loro posizione di monopolio mondiale, ottennero l’accesso a qualsiasi regione del mondo così come alle sue risorse.

Lo sviluppo di una operazione-provocazione si sviluppa sempre con la necessaria presenza di 3 elementi:
- chi ordina che si realizzi,
- l’organizzatore
- chi la esegue.

Nel caso della provocazione dell’11 settembre, e contrariamente all’opinione dominante, “Al Qa’ida” non poteva ordinarne la realizzazione, né organizzarla, poiché non disponeva delle risorse finanziarie (enormi) che richiederebbe un’azione di tale entità.
Tutte le operazioni che ha realizzato questa organizzazione sono azioni a livello locale e piuttosto primitive. Non dispone delle risorse umane, di una rete di agenti sufficientemente sviluppata nel territorio statunitense, in grado di farle penetrare le decine di strutture pubbliche e private che garantiscono il funzionamento del trasporto aereo e vegliano sulla sua sicurezza.
Pertanto, Al Qa’ida non avrebbe potuto essere l’organizzatore di questa operazione (altrimenti a cosa servono l’FBI e la CIA?).

Invece, potrebbe sì esser stato un semplice esecutore di questo atto terroristico.

A mio parere, potrebbe essere stata l’oligarchia finanziaria globale a ordinare l’esecuzione di questa provocazione, per instaurare una volta per tutte «la dittatura fascista globale delle banche» (espressione del noto economista americano Lyndon LaRouche) e garantire il controllo delle risorse limitate a livello mondiale nel settore degli idrocarburi.
Si tratterebbe inoltre di garantire a se stessa il predominio mondiale per un lungo tempo.

L’invasione dell’Afghanistan, un paese ricco di giacimenti di gas, quella dell’Iraq e forse anche dell’Iran, paesi con riserve petrolifere di livello mondiale, così come l’istituzione di un controllo militare sulle rotte strategiche del trasporto del petrolio e il radicale aumento del prezzo di quest’ultimo sono tutte conseguenze degli eventi dell’11 settembre 2001.

L’organizzatore dell’operazione può essere stato un consorzio ben organizzato e abbondantemente finanziato nonché composto da rappresentanti (passati e presenti) dei servizi segreti, da organizzazioni massoniche e addetti dei trasporti aerei.

La copertura mediatica e giuridica la garantirono organi di stampa, giuristi e politici comprati. Gli esecutori furono scelti sulla base della loro appartenenza etnica alla regione che possiede le risorse naturali di importanza mondiale.

L’operazione fu realizzata con successo, gli obiettivi furono raggiunti.
Il termine “terrorismo internazionale”, quale principale minaccia per l’umanità, irruppe nell’agenda politica e sociale quotidiana.

Questa minaccia è stata identificata con la persona di un islamista, cittadino di un paese che ha enormi risorse in materia di idrocarburi.

Si è distrutto il sistema internazionale costruito all’epoca in cui il mondo era bipolare, e sono state alterate le nozioni di aggressione, di terrorismo di Stato e di diritto alla difesa.

Il diritto dei popoli alla resistenza di fronte all’aggressione e contro le attività sovversive dei servizi segreti stranieri così come il diritto di difendere i propri interessi nazionali vengono calpestati. Invece, si danno tutte le garanzie alle forze che cercano di stabilire una dittatura mondiale e di dominare il mondo.

Ma la guerra mondiale non è ancora finita. L’hanno provocata l’11 settembre 2001 ed è solo il preludio dei grandi eventi che stanno per accadere.

Il generale Leonid Ivashov
Il generale in congedo Leonid Ivashov è stato capo delle Forze armate della Federazione russa, oggi vicepresidente dell’Accademia dei problemi geopolitici. È stato capo del dipartimento Affari generali del Ministero della Difesa dell’Unione Sovietica, segretario del Consiglio dei ministri della Difesa della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), capo del Dipartimento di Cooperazione Militare del Ministero della Difesa della Federazione russa. Alla data dell’11 settembre 2001 ricopriva la carica di Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Russe.

Testo originale in spagnolo.
Fonte: Red Voltaire / Agenzia IPI.
URL: http://www.voltairenet.org/article159257.html

Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8852





Evo Morales chiede la depenalizzazione della foglia di coca

13 03 2009

AIN – Il presidente della Bolivia, Evo Morales, chiede alla comunità internazionale di depenalizzare la foglia di coca, spiegando la sua innocuità e la sua millenaria integrazione alla cultura indigena.

La richiesta del capo di Stato è compresa nei lavori della 52° Sessione della Commissione sugli Stupefacenti delle Nazioni Unite, a Vienna, in Austria.

“Non siamo difensori della cocaina, ma vogliamo salvaguardare le nostre tradizioni originarie come il masticare (acullicu) e i nostri antichi rituali”, ha detto Evo in una conferenza stampa svolta nel Palazzo di Governo a La Paz.

In accordo con Morales è inaccettabile l’inclusione della pianta tra le sostanze proibite, fatto che risale al 1961, quando Ginevra stabilì la Convenzione Unica sugli Stupefacenti.

“Non si possono ignorare la storia e la cultura dei popoli”, ha sottolineato il leader del Movimento al Socialismo, assicurando l’esistenza di argomenti scientifici che avallano l’innocuità della foglia di coca.

“L’Organizzazione Mondiale della Salute, ha detto Morales, ha realizzato uno studio ed è giunta a questa conclusione”.

“Da anni cerco d’ottenere questa relazione, ma il governo degli Stati Uniti ne ostacola la divulgazione”, ha sostenuto ancora (Traduzione Granma Int.)


http://www.granma.cu/italiano/2009/marzo/vier13/evo.html





Durban II – La Vendetta

13 03 2009

di Massimo Mazzucco
Il Corriere della Sera ha pubblicato questa notizia, che riportiamo integralmente, corredata da alcuni commenti.

L’Italia si ritira da Durban

ROMA – Anche l’Italia, seguendo l’esempio degli Stati Uniti e del Canada, boicotterà la conferenza Onu «Durban II» sul razzismo prevista a Ginevra dal 20 al 25 aprile, contestando le «frasi aggressive e antisemite» contenute nella bozza di dichiarazione finale. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Franco Frattini dopo un incontro bilaterale con la collega israeliana Tzipi Livni a margine del Consiglio Esteri Nato a Bruxelles.

Perchè lo ha annunciato dopo un incontro con Tzipi Livni? Forse Frattini non conosce l’inglese, e si è fatto tradurre da lei la “bozza di dichiarazione”?

«La delegazione italiana non parteciperà al seguito dei lavori di Durban II» ha detto Frattini, spiegando che la decisione potrà essere revocata se il testo – che attualmente contiene «almeno due parti inaccettabili» – verrà modificato. Secondo il titolare della Farnesina, anche Danimarca, Francia, Olanda e Belgio sono pronti a ritirare le proprie delegazioni.

Chiunque deve essere pronto a ritirare le proprie delegazioni, in qualunque momento e in qualunque situazione: si chiama diplomazia internazionale. Ma perchè annunciarlo in anticipo, se il fatto non è avvenuto? E infatti:

Il premier Francois Fillon ha detto che la Francia «non accetterà che lo Stato d’Israele sia stigmatizzato, che la sua politica venga calunniata, e se necessario si ritirerà».

Se necessario, quindi, lo annunceremo.

PLAUSO DI ISRAELE – Un portavoce del ministero degli esteri a Gerusalemme, Andy David, ha detto che Israele «si rallegra di questa decisione dell’Italia che si è resa conto che da questa conferenza nulla di positivo potrà emergere».

Questo Frattini non lo ha detto. Come mai il nostro Ministro degli Esteri permette che gli vengano messe in bocca frasi arbitrarie, da parte di sconosciuti? D’accordo che questo David di mestiere fa il portavoce, ma dovrebbe limitarsi a “portare” la voce di chi lo paga, non dei governi altrui.

Soddisfatta Margherita Boniver, deputata del Pdl e presidente del Comitato parlamentare Schengen, Europol e Immigrazione: «Dall’esperienza deleteria della prima sessione di Durban si era capito che l’intenzione di Paesi come la Libia e l’Iran era ed è di trasformare la conferenza in un grande palcoscenico, teatro di un’orgia di antisemitismo ed anti-occidentalismo, capace di rivoltare platealmente la realtà».

Ohibò! E da quando in qua le restanti 150 nazioni dell’ONU non sarebbero capaci di impedire a due paesi come Libia e Iran di trasformare la conferenza in un’orgia capace di rivoltare platealmente la realtà? Non esistono forse regole, in queste conferenze? Non hanno forse tutti diritto di parola, grazie al quale confutare eventuali corbellerie pronunciate da questi disturbatori?

Siamo così dialetticamente impreparati, noi che lottiamo “contro l’antisemitismo e l’anti-occidentalismo”, da farci spaventare da quattro riottosi qualunque?

Il sottosegretario agli Esteri Enzo Scotti ha detto che la conferenza di Durban «costituisce un’occasione unica di fare il punto sui nostri sforzi nella lotta al razzismo e alla discriminazione e di rinnovare il nostro impegno in materia. È fondamentale che i negoziati non deviino da questo obiettivo. Se tale sarà il caso l’Italia è pronta a continuare a impegnarsi in questo processo. Non possiamo permettere che questa occasione cada preda di altre priorità politiche o ideologiche».

A maggior ragione quindi si partecipi, si eviti che la cosa diventi una baracconata, e si combattano a volto aperto l’antisemitismo e l’antioccidentalismo che costoro vorrebbero propagandare. Da quando in qua ritirarsi equivale ad affermare le proprie idee?

L’ONU inoltre non è qualcosa di esterno a noi. Non è una specia di organizzazione privata, che “invita” a suo piacimento i paesi che vuole lei. Siamo tutti membri dell’ONU, e siamo noi, collettivamente, ad organizzare questo tipo di eventi. Le possibilità quindi sono solo due: se i termini della “bozza di dichiarazione” travalicano i parametri, i criteri e le finalità dell’ONU, bisogna semplicemente annullare la conferenza. Non possiamo permettere che della gentaglia qualunque porti avanti una baracconata ideologica in nome di tutti noi.

Se invece i termini della bozza rientrano nei parametri, criteri e finalità dell’ONU, si partecipi e si difenda a dovere ciò che si dice di voler difendere.

Mica li paghiamo per scappare, i nostri politici.

APPELLO DEL COMMISSARIO – Giorni fa l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo Navi Pillay aveva lanciato un appello ai governi a partecipare al summit di Ginevra, dicendo che «offre la piattaforma e il quadro più ampio per combattere l’intolleranza e il razzismo nelle loro numerose forme». Pillay si è detta «pienamente consapevole del fatto che l’eredità della conferenza di Durban I è stata rovinata dal comportamento antisemita di alcune organizzazioni non governative ai margini della conferenza. E adesso anche la conferenza di revisione è presa di mira da una campagna sprezzante di coloro che temono una ripetizione delle manifestazioni di antisemitismo. Ma questo è ingiustificato».

Perchè si ha così tanta paura di eventuali manifestazioni di antisemitismo? Sono “manifestazioni”, appunto, di tipo ideologico. Non sono affermazioni di un dato di fatto, nè tantomeno imposizioni di una qualsivoglia realtà.

Cosa avrebbero dovuto fare i giudici che hanno messo in galera le Brigate Rosse, se avessero ragionato nello stesso modo? Non presentarsi al processo, per non sentirsi dire dagli imputati che loro “sono schiavi delle multinazionali”?

Per l’ex giudice sudafricana, un fallimento della conferenza di revisione avrebbe un impatto negativo sull’insieme dei meccanismi e il lavoro per i diritti umani.

LE FRASI INCRIMINATE – La bozza del testo finale della conferenza Onu sul razzismo contiene accuse durissime contro Israele. La politica nei territori palestinesi, si legge nel testo anticipato sul sito di Haaretz, costituisce «una violazione dei diritti umani internazionali, un crimine contro l’umanità e una forma contemporanea di apartheid». La conferenza è un seguito di quella che si svolse nel 2001 a Durban, in Sudafrica, in un crescendo di polemiche fra la richiesta di un risarcimento per la schiavitù negli Stati Uniti e quella di equiparare razzismo e sionismo. Allora Stati Uniti e Israele abbandonarono i lavori. Questa volta hanno annunciato preventivamente che diserteranno l’appuntamento.

Veramente sono le stesse Nazioni Unite, con una serie ormai leggendaria di risoluzioni ignorate da Israele, ad averli accusati di violazione dei diritti umani.

Fonti Onu, citate da Haaretz, riferivano che Iran e Siria hanno preso la guida della stesura della bozza e c’è la diffusa impressione che diversi Paesi arabi e musulmani vogliano usare la conferenza per attaccare Israele. In altri stralci del testo si esprime «profonda preoccupazione per le discriminazioni razziali compiute da Israele contro i palestinesi e i cittadini siriani nel Golan occupato». Israele viene accusato di «tortura, blocco economico, gravi restrizioni di movimento e chiusura arbitraria dei territori» e definito «una minaccia per la pace internazionale e la sicurezza».

A questo punto resta solo da capire quali sarebbero le frasi inaccettabili di cui parlava Frattini. A noi risulta tutto molto preciso e accurato.

tratto da luogocomune