Guantanamo, Baghdad, Bassora: le testimonianze di chi ha disertato in nome della verita’.

19 03 2009

di Luca Galassi – peacereporter.net

Il soldato d’inverno e’ colui che si erge a difesa della nazione nel tempo piu’ cupo e nelle ore piu’ desolate, secondo la definizione dello scrittore britannico Thomas Paine, che aveva preso a cuore la causa indipendentista dei futuri Stati Uniti d’America. Fu coniata nel 1776, quando gli americani avevano appena eletto George Washington comandante in capo della guerra per l’indipendenza dagli inglesi, considerati invasori di una terra che sarebbe stata fondata sugli ideali di liberta’ e democrazia. Duecento anni dopo, quando gli invasori divennero gli americani, ‘Winter Soldier fu il nome dato dai veterani del Vietnam a un incontro che si tenne a Detroit nel 1971, un mese dopo il massacro di Mi Lai. In quella occasione, 100 reduci raccontarono le atrocita’ e i crimini di guerra che videro o commissero nel Paese del sud-est asiatico.

I veterani contro la guerra.
Oggi i veterani sono quelli della guerra in Iraq, e sotto il nome di Winter Soldier si riuniscono dallo scorso anno per far sapere al mondo che gli esiti della ‘guerra per la democrazia’ sono stati disastrosi: per il Paese nel quale hanno combattuto, per quello per il quale hanno combattuto, e per loro stessi. A Friburgo, In Germania, questo fine-settimana, sette di loro hanno testimoniato le loro esperienze in uno dei tanti incontri organizzati dall’Ivaw (Iraq Veterans Against the War), organizzazione fondata nel 2004 che annovera tra le sue finalita’ la richiesta di ritiro immediato di tutte le forze di occupazione nel Paese mediorentale, il risarcimento per la devastazione umana e materiale provocata dal conflitto e la piena assistenza economica e sanitaria per chi ritorna dalla guerra.

Il trauma.
Chi ritorna spesso si ammala, o torna gia’ malato di una malattia ormai nota. E’ il Ptsd (Post traumatic stress disorder), un acronimo sotto il quale si celano le piu varie psicosi: depressione, ansia, nevrosi, tendenza al suicidio. Ne soffre il 15 percento dei soldati di ritorno dall’Iraq. Ne hanno sofferto, o tuttora ne soffrono, anche Chris Capps, David Cortelyou, Lee Kamara, Andre Shepherd, Martin Webster, Chris Arendt, Zack Baddorf, Eddie Falcon: tutti hanno prestato servizio in Iraq, e da mesi girano il mondo per portare il loro contributo alla causa antimilitarista. Se il loro Paese, siano gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, li considera disertori, incontrandoli si rivelano individui la cui statura morale e il cui coraggio civile rappresentano qualita’ ormai introvabili negli uomini che li hanno mandati a combattere, e che quei Paesi li governano. Impegnandoli in guerre che ne hanno gravemente minato la credibilita’ e l’autorita’ morale.

L’artigliere secondino.
“Abu Ghraib e Guantanamo sono i simboli della disfatta del nostro Paese. Posso dirlo perche’ io a Guantanamo ci ho lavorato”. A parlare e’ Chris Arendt, arruolatosi a 17 anni nella Guardia Nazionale e chiamato nel 2003 a lavorare a Guantanamo come secondino. “Un artigliere della Guardia nazionale di 19 anni che va a fare il secondino a Guantanamo, pensate un po’. Nell’addestramento preparatorio ci insegnavano come ammanettare la gente. Una cosa ridicola. Assurda. Mettere le manette a un altro essere umano e’ una cosa goffa, disumana. Io dovevo nutrire i detenuti, assisterli se avevano bisogno di qualcosa e… dare loro la carta igienica. A volte, durante gli interrogatori, li tenevano un giorno intero in una stanzetta, fermi, senza consentire loro nemmeno di andare al bagno. Musica a massimo volume, temperatura tra i 10 e i 20 gradi. Altre volte i trattamenti erano peggiori, come l’utilizzo di spray al peperoncino, ma di tortura a Guantanamo e altrove si e’ parlato in abbondanza. A mio parere, vorrei sapere se stare cinque anni in un carcere, lontano dalla propria famiglia e dai propri amici, senza avere la piu’ pallida idea del perche’ si e’ li’, non e’ considerato tortura. Per me si’‘”. Christopher ha trovato il modo per superare il ricordo dei mesi passati a Guantanamo dedicandosi all’arte. Ricicla uniformi militari trasformandole in carta. Piccoli quaderni artigianali sui quali pubblica disegni o poesie scritte a mano, oppure ne fa segnalibri decorati e li vende agli incontri. Da settimane e’ in giro per l’Europa dormendo da chi lo ospita perche’, dice, “non ho davvero un soldo per pagarmi un albergo”.

In aereo sul Medio Oriente.
Anche Lee Kamara ha trovato nell’espressione artistica una forma di terapia. Impegnato nelle forze speciali britanniche a Bassora nel 2004, oggi lavora a un progetto chiamato Voci di Guerra, un Dvd sulla sua esperienza al fronte nel quale sono contenute anche canzoni da lui scritte. “Ho trovato insensato tutto quello che facevo a Bassora, l’ho trovato disumano, mostruoso. Non potevo piu’ sopportare la vista dei civili massacrati e l’ingiustizia di una guerra inutile e assurda. Sono tornato a casa, in Cornovaglia. Ho lasciato l’esercito e ho ricominciato a vivere da civile“. Eddie Falcon era il pilota dei C-130 che partivano dalla base di Manas, in Kirghizistan. Trasportava equipaggiamento, truppe, senatori, forze speciali, medici, veicoli militari. Successivamente e’ stato impiegato in Kuwait e nel servizio aereo di spola tra Baghdad e la prigione di Bassora. “Gli aerei erano completamente privi di posti a sedere, in quanto le poltroncine erano state rimosse. I prigionieri erano accovacciati, legati e con un cappuccio in testa. Le bocche erano chiuse con nastro adesivo. Una o due ore in queste condizioni, a cui erano sottoposti numerosi civili innocenti. Molti di loro, la maggior parte, venivano rilasciati senza alcuna accusa. Un bel viaggetto in aereo sui cieli del Medio Oriente senza alcun motivo”. Eddie, di origini messicane, porta con se le medagliette del servizio militare. “Le ho tempestate di falsi diamanti, e ora le uso come ricordo. L’ho fatto per esorcizzare il periodo in cui queste medagliette rappresentavano la mia identita’ di soldato. Ora non sono altro che un gioiello di bigiotteria, per me”.

“Abbiamo ucciso un civile innocente”.
Chi non ha superato il trauma della guerra e’ David Cortelyou. Di ritorno da Ramadi, Iraq, dove ha prestato servizio come autista, radio-operatore e mitragliere, e’ stato colpito da una profonda depressione e ha tentato il suicidio piu’volte. Curato con farmaci, adesso vive in Germania con la moglie. Durante l’incontro non ha retto allo stress e ha rinunciato a raccontare la sua esperienza. Poco prima aveva ricordato con noi uno dei momenti piu’ terribili della missione in Iraq. “Eravamo impegnati in un’operazione di controllo, ma eravamo rilassati. Il mio superiore stava parlando di musica, avevamo fatto una festa la sera prima. Si avvicina un veicolo. Eravamo troppo vicini per seguire le normali regole d’ingaggio, usando i fari, agitando le mani sparando in aria. Abbiamo sparato contro l’auto. Due-trecento colpi. Abbiamo ucciso il guidatore. Nel posto dietro c’era un bambino. Vivo. Gli abbiamo ucciso il padre. Abbiamo preso il bambino, l’abbiamo portato davanti alla porta di una casa e l’abbiamo lasciato li’. Non abbiamo mai riportato l’accaduto. Dopo, ci abbiamo persino riso su, dicendo che tanto anche il bambino sarebbe diventato un terrrorista“. David torna in America, dove riceve trattamento a base di farmaci in attesa di essere inviato di nuovo in Iraq. Ma rifiuta, e diventa Awol (Absent without leave, assente dal proprio reparto senza autorizzazione), che e’ il preludio alla diserzione. Dopo 30 giorni un Awol diventa infatti tecnicamente disertore. “Sarei tornato in missione, ma solo per morire. Volevo morire. Tornare in guerra e morire“. David non partecipera’ alla fine della conferenza. Accompagnato dall’ex commilitone Chris Arendt, tornera’ all’albergo, portando con se’ i fantasmi della propria traumatica esperienza.

di Luca Galassi – peacereporter.net





Hersh: Cheney comandava una squadra di omicidi politici in stile SS.

18 03 2009

di Paul Joseph Watson – Prison Planet.com

Il premiato reporter investigativo Seymour Hersh ha sganciato un’altra delle sue bombe questa settimana, quando ha rivelato che l’ex vice-presidente Dick Cheney disponeva di una sua unità di assassinio politico in stile SS che faceva capo direttamente a lui.

Martedì [10 marzo 2009] Hersh, dinanzi alla platea della University of Minnesota, ha affermato: «Non avevo ancora parlato di ciò dopo l’11/9, ma la CIA era profondamente coinvolta in attività all’interno della nazione contro persone ritenute nemiche dello Stato. Senza averne alcuna autorità giuridica. Non sono stati ancora chiamati a rispondere di questo».

Hersh poi è passato a descrivere in che modo il Comando congiunto delle operazioni speciali (JOSC) è stato un unità di assassinio politico che ha compiuto omicidi politici all’estero. «Si tratta di un braccio speciale della nostra comunità delle operazioni speciali che si muove in modo indipendente», ha spiegato. «Non devono fare rapporto a nessuno, tranne che nel periodo Bush-Cheney, quando riferivano direttamente all’ufficio di Cheney. Il Congresso non ha alcun controllo su di esso.»

La rivelazione che Cheney disponeva di una sua unità privata di assassinio non raffigura un quadro troppo lontano dalla famigerata SA (Sturmabteilung) di Hitler, la tanto temuta ala paramilitare del partito nazista, che fu utilizzata per colpire, torturare e uccidere gli oppositori politici del partito nazista nella Germania degli anni Trenta né dalle Waffen-SS, che successivamente furono utilizzate in guerra per compiere esecuzioni e crimini di guerra.

Le SA furono più avanti prese di mira da Hitler nel corso della Notte dei Lunghi Coltelli, una brutale purga volta a eliminare degli avversari politici sia all’interno che all’esterno del partito nazionalsocialista. Centinaia di persone furono liquidate a sangue freddo dalla Gestapo e dalle SS.

Significativamente, i tribunali e il governo tedeschi rapidamente spazzarono via secoli di leggi che proibivano le esecuzioni stragiudiziali per dimostrare la loro fedeltà a Hitler. Le Waffen-SS furono ritenute non perseguibili, nonostante fossero flagrantemente coinvolte in crimini di guerra patenti e in corso, così come in omicidi a livello interno.

Il Comitato congiunto delle operazioni speciali, l’unità di assassinio in capo a Cheney, è anche descritto come un settore di operazioni ‘extra-legali’.

«Si tratta essenzialmente di un circuito esecutivo per gli assassinii, ed è andato avanti a oltranza», ha affermato Hersh. «Sotto l’autorità del Presidente Bush, si sono introdotti in certi paesi senza parlare con l’ambasciatore né con il capo della stazione CIA, e lì hanno rintracciato delle persone prese da un elenco, le hanno uccise e poi se ne sono andati. Questa cosa è continuata, in nome di tutti noi».

Ed è ancora in corso. Nessuno dei capovolgimenti degli ordini esecutivi di Bush da parte di Obama dice nulla circa l’abolizione del Comitato congiunto delle operazioni speciali. Di fatto, l’unità speciale è parte integrante degli ampiamente intensificati bombardamenti di Obama e delle altre incursioni in Pakistan.

Articolo originale: [QUI]
Traduzione per Megachip a cura di Paolo Maccioni e Pino Cabras.

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8847





Il punto di vista di un generale russo: 11 settembre: una provocazione mondiale

18 03 2009

di Gen. Leonid Ivashov – Reseau Voltaire

Il generale russo in congedo Leonid Ivashov, ex capo delle forze armate della Russia, è una delle persone meglio informate al mondo, non solo per l’alta carica che a suo tempo ricoprì e gli permise di godere di una serie di strumenti sofisticati (i satelliti artificiali, l’intelligence militare, squadre di analisti e altre reti di informazioni segrete), ma anche perché oggi è vicepresidente dell’Accademia di Geopolitica a Mosca. Ma ciò che risalta nel generale Ivashov è la sua trasparenza e onestà al momento di parlare di questioni politiche del potere mondiale che influenzano l’umanità, sulle quali altre persone del suo rango rimarrebbero in silenzio per ragioni di Stato.

L’esperienza dell’umanità dimostra che il terrorismo compare ovunque si voglia che si produca un aggravamento delle contraddizioni in un momento determinato, dove i rapporti in seno alla società iniziano a peggiorare e dove l’ordine sociale subisce dei cambiamenti, laddove sorga l’instabilità politica, economica e sociale, dove si scatenano i potenziali di aggressività, dove decadono i valori morali, dove trionfano il cinismo e il nichilismo, dove si legalizzano i vizi e dove la criminalità si sviluppa rapidamente.

I processi legati alla globalizzazione creano le condizioni favorevoli per questi fenomeni estremamente pericolosi. Provocano una nuova divisione della mappa geopolitica del mondo, una ridistribuzione delle risorse del pianeta, violano la sovranità e cancellano le frontiere degli Stati, smantellano il diritto internazionale, distruggono la diversità culturale, impoveriscono la vita morale e spirituale.

Credo che adesso possiamo parlare di una crisi sistemica della civiltà umana. Essa si manifesta in modo particolarmente acuto sul piano dell’interpretazione filosofica della vita. Le sue manifestazioni più spettacolari hanno a che fare con il significato che si attribuisce alla vita, all’economia e al campo della sicurezza internazionale.
L’assenza di nuove idee filosofiche, la crisi morale e spirituale, la deformazione della percezione del mondo, la diffusione di fenomeni amorali contrari alla tradizione, la competizione per l’arricchimento illimitato e il potere, la crudeltà, portano l’umanità al declino e, forse, alla catastrofe.

La preoccupazione così come la mancanza di prospettive di vita e di sviluppo in cui sono bloccati molti popoli e Stati costituiscono un importante fattore di instabilità a livello mondiale.
L’essenza della crisi economica si manifesta nell’implacabile lotta per le risorse naturali, negli sforzi delle grandi potenze mondiali, in particolare gli Stati Uniti d’America, così come di alcune multinazionali, volti a sottomettere ai loro interessi i sistemi economici di altri Stati e prendere il controllo delle risorse del pianeta, in particolare le fonti di approvvigionamento di idrocarburi.

La distruzione del modello multipolare che garantiva l’equilibrio delle forze nel mondo ha causato anche la distruzione del sistema di sicurezza internazionale, delle norme e dei principi che reggevano i rapporti tra gli Stati e il ruolo delle Nazioni Unite e del suo Consiglio di Sicurezza.

Oggi gli Stati Uniti si arrogano il diritto di decidere il destino degli altri Stati, di commettere atti di aggressione, di assoggettare i principi della Carta delle Nazioni Unite alla propria legislazione. Furono proprio i paesi occidentali che, attraverso le loro azioni e l’aggressione contro la Repubblica federale della Jugoslavia e contro l’Iraq e nel permettere in forma evidente l’aggressione israeliana contro il Libano, con minacce a Siria, Iran e altri paesi, a scatenare un’enorme energia di resistenza, di vendetta e di estremismo, che hanno rafforzato il potenziale del terrore prima di rivoltarsi, come un boomerang, contro lo stesso Occidente.

L’analisi dell’essenza dei processi di globalizzazione, come pure delle dottrine politiche e militari degli Stati Uniti, dimostra che il terrorismo favorisce il raggiungimento degli obiettivi di dominazione mondiale e la sottomissione degli Stati agli interessi dell’oligarchia mondiale.
Ciò significa che (il terrorismo) non è di per se stesso un attore della politica mondiale, bensì un semplice strumento, il mezzo per instaurare un nuovo ordine unipolare con un unico centro di comando a livello mondiale, per cancellare le frontiere nazionali e garantire il dominio di una nuova élite mondiale. Ed è proprio quest’ultima l’attore principale del terrorismo internazionale, il suo ideologo e il suo “padrino”.

Essa inoltre si sforza di rivolgere il terrorismo contro altri Stati, compresa la Russia.
Il bersaglio principale nel mirino della nuova élite mondiale, è la realtà naturale, tradizionale, storica e culturale che ha gettato le basi delle relazioni tra gli Stati e dell’organizzazione della civiltà umana in Stati nazionali, dell’identità nazionale.

L’attuale terrorismo internazionale è un fenomeno che consiste – per strutture governative e non governative – nell’utilizzare il terrore come un mezzo volto a raggiungere obiettivi politici terrorizzando, destabilizzando la popolazione a livello socio-psicologico, demotivando le strutture del potere statale e creando condizioni che consentano di manipolare la politica dello Stato e il comportamento dei cittadini.

Il terrorismo è un modo di fare la guerra in maniera non convenzionale. Parallelamente, il terrorismo, in combinazione con i mass media, si comporta come un sistema di controllo dei processi mondiali.

È precisamente la simbiosi tra i mass media e il terrore a creare le condizioni favorevoli a grandi sconvolgimenti nella politica mondiale e nella realtà esistente.

Se si esaminano in tale contesto gli eventi accaduti negli Stati Uniti l’11 settembre 2001, si potranno raggiungere le seguenti conclusioni:
- L’attentato terroristico contro le torri gemelle del World Trade Center ha cambiato il corso della storia mondiale distruggendo definitivamente l’ordine mondiale derivante dalla accordi di Yalta-Potsdam;
- Ha slegato le mani a Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele, consentendo loro di intraprendere azioni nei confronti di altri paesi, in aperta violazione delle norme ONU e degli accordi internazionali;
- Ha stimolato lo sviluppo del terrorismo internazionale. Peraltro, il terrorismo si presenta come uno strumento di resistenza radicale ai processi di globalizzazione, come mezzo di lotta di liberazione nazionale, di separatismo, come mezzo di risoluzione dei conflitti tra le nazioni e le religioni e come strumento di lotta economica e politica.

In Afghanistan, in Kosovo, in Asia centrale, nel Medio Oriente e nel Caucaso, constatiamo che il terrorismo serve anche a proteggere trafficanti di droga, destabilizzando le aree lungo le loro rotte.

È dimostrato che in un contesto di crisi sistemica mondiale il terrorismo si è trasformato in una sorta di cultura della morte, nella cultura della nostra quotidianità.
Irrompe nella prospera Europa, tormenta la Russia, agita il Medio Oriente e l’Asia orientale. Fa in modo che la comunità internazionale si assuefaccia all’ingerenza violenta e illegale negli affari interni degli Stati e alla distruzione del sistema di sicurezza internazionale. Il terrore genera il culto della forza e assoggetta ad essa la politica, il comportamento dei governi e della popolazione.

La cosa più spaventosa è che il terrorismo ha un grande futuro a causa della nuova spirale di guerra che ormai si delinea per la ridistribuzione delle risorse mondiali e il controllo delle aree chiave del pianeta. All’interno della strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, approvata quest’anno dal Congresso USA, l’obiettivo apertamente dichiarato della politica di Washington è quello di «assicurare l’accesso alle regioni chiave del mondo, alle comunicazioni strategiche e alle risorse globali», prendendo come un mezzo per raggiungere l’obiettivo la realizzazione di attacchi preventivi contro qualsiasi paese.
Dal punto di vista del Congresso, gli USA possono quindi adottare una dottrina di colpi nucleari preventivi, che suona tanto come terrorismo nucleare.

Ciò implica l’utilizzo su larga scala di sostanze nocive e di armi di distruzione di massa. Non ci sarà nessuno scrupolo al momento di determinare i mezzi da utilizzare per rispondere a un attacco. Sarà solo questione di scegliere i mezzi.

La provocazione per mezzo di un atto di terrorismo diventa un mezzo per raggiungere obiettivi politici su scala globale, regionale o locale. Così come una provocazione organizzata nella località di Rachic (in Kosovo, Serbia), finì per dar luogo al cambio di regime politico in Serbia e al crollo della Repubblica federale di Jugoslavia, mentre serviva come pretesto per l’aggressione della NATO e alla separazione del Kosovo dalla Serbia. Si tratta in questo caso di una provocazione a livello regionale. Lo stesso può essere detto a proposito della recente provocazione che ha portato all’aggressione israeliana contro il Libano nel luglio 2006.
Le esplosioni di Londra, i disordini a Parigi nel 2005-2006, sono provocazioni che hanno avuto ripercussioni sulla politica locale e sull’opinione pubblica in Gran Bretagna e Francia.

Dietro a praticamente ogni atto di terrorismo si nascondono potenti forze politiche, imprese transnazionali o strutture criminali con obiettivi mirati. E quasi tutti gli atti terroristici, escluse le attività di liberazione nazionale, sono in realtà provocazioni. Anche nel caso dell’Iraq, le esplosioni nelle moschee sunnite e sciite non sono altro che provocazioni organizzate secondo il principio del “divide et impera”. Lo stesso vale per la presa di ostaggi e l’uccisione di membri della missione diplomatica russa a Baghdad.

L’atto terroristico commesso per fini di provocazione è vecchio come il mondo. Proprio delle provocazioni terroristiche servirono come pretesto per lo scatenamento delle due guerre mondiali.

Gli eventi dell’11 settembre 2001 sono stati una provocazione mondiale. Si può anche parlare di un’operazione su scala mondiale. Operazioni di questo tipo in genere permettono di risolvere varie questioni globali in una singola occasione. Si possono definire come segue:
1. L’oligarchia finanziaria globale e gli Stati Uniti hanno ottenuto il diritto non formale di usare la forza contro uno Stato.
2. Il ruolo del Consiglio di Sicurezza è stato svalutato. Ora svolge sempre di più il ruolo di organizzazione criminale complice dell’aggressore e alleato della nuova dittatura fascista mondiale.
3. Grazie alla provocazione dell’11 settembre, gli Stati Uniti consolidarono la loro posizione di monopolio mondiale, ottennero l’accesso a qualsiasi regione del mondo così come alle sue risorse.

Lo sviluppo di una operazione-provocazione si sviluppa sempre con la necessaria presenza di 3 elementi:
- chi ordina che si realizzi,
- l’organizzatore
- chi la esegue.

Nel caso della provocazione dell’11 settembre, e contrariamente all’opinione dominante, “Al Qa’ida” non poteva ordinarne la realizzazione, né organizzarla, poiché non disponeva delle risorse finanziarie (enormi) che richiederebbe un’azione di tale entità.
Tutte le operazioni che ha realizzato questa organizzazione sono azioni a livello locale e piuttosto primitive. Non dispone delle risorse umane, di una rete di agenti sufficientemente sviluppata nel territorio statunitense, in grado di farle penetrare le decine di strutture pubbliche e private che garantiscono il funzionamento del trasporto aereo e vegliano sulla sua sicurezza.
Pertanto, Al Qa’ida non avrebbe potuto essere l’organizzatore di questa operazione (altrimenti a cosa servono l’FBI e la CIA?).

Invece, potrebbe sì esser stato un semplice esecutore di questo atto terroristico.

A mio parere, potrebbe essere stata l’oligarchia finanziaria globale a ordinare l’esecuzione di questa provocazione, per instaurare una volta per tutte «la dittatura fascista globale delle banche» (espressione del noto economista americano Lyndon LaRouche) e garantire il controllo delle risorse limitate a livello mondiale nel settore degli idrocarburi.
Si tratterebbe inoltre di garantire a se stessa il predominio mondiale per un lungo tempo.

L’invasione dell’Afghanistan, un paese ricco di giacimenti di gas, quella dell’Iraq e forse anche dell’Iran, paesi con riserve petrolifere di livello mondiale, così come l’istituzione di un controllo militare sulle rotte strategiche del trasporto del petrolio e il radicale aumento del prezzo di quest’ultimo sono tutte conseguenze degli eventi dell’11 settembre 2001.

L’organizzatore dell’operazione può essere stato un consorzio ben organizzato e abbondantemente finanziato nonché composto da rappresentanti (passati e presenti) dei servizi segreti, da organizzazioni massoniche e addetti dei trasporti aerei.

La copertura mediatica e giuridica la garantirono organi di stampa, giuristi e politici comprati. Gli esecutori furono scelti sulla base della loro appartenenza etnica alla regione che possiede le risorse naturali di importanza mondiale.

L’operazione fu realizzata con successo, gli obiettivi furono raggiunti.
Il termine “terrorismo internazionale”, quale principale minaccia per l’umanità, irruppe nell’agenda politica e sociale quotidiana.

Questa minaccia è stata identificata con la persona di un islamista, cittadino di un paese che ha enormi risorse in materia di idrocarburi.

Si è distrutto il sistema internazionale costruito all’epoca in cui il mondo era bipolare, e sono state alterate le nozioni di aggressione, di terrorismo di Stato e di diritto alla difesa.

Il diritto dei popoli alla resistenza di fronte all’aggressione e contro le attività sovversive dei servizi segreti stranieri così come il diritto di difendere i propri interessi nazionali vengono calpestati. Invece, si danno tutte le garanzie alle forze che cercano di stabilire una dittatura mondiale e di dominare il mondo.

Ma la guerra mondiale non è ancora finita. L’hanno provocata l’11 settembre 2001 ed è solo il preludio dei grandi eventi che stanno per accadere.

Il generale Leonid Ivashov
Il generale in congedo Leonid Ivashov è stato capo delle Forze armate della Federazione russa, oggi vicepresidente dell’Accademia dei problemi geopolitici. È stato capo del dipartimento Affari generali del Ministero della Difesa dell’Unione Sovietica, segretario del Consiglio dei ministri della Difesa della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), capo del Dipartimento di Cooperazione Militare del Ministero della Difesa della Federazione russa. Alla data dell’11 settembre 2001 ricopriva la carica di Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Russe.

Testo originale in spagnolo.
Fonte: Red Voltaire / Agenzia IPI.
URL: http://www.voltairenet.org/article159257.html

Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8852